DUE IL CONTRARIO DI UNO

ALBUM/DUE IL CONTRARIO DI UNO


 

CDdue

acquistaitunes

(2013)
Due il contrario di uno
01. Amore distratto.
02. Elogio all’arte della felicità
03. Oggi non è
04. Due
05. Annina
06. Bella è la vita
07. Parlando canta
 08. Proprio Tempo
 09. Ieri oggi e domani
 10.
Parla tu per me

 

 “Due il contrario di uno” è il primo disco dei Bastian Contrario duo composto da Fausto Tarantino e Salvatore Prezioso i quali hanno dato vita alle loro canzoni grazie ad una mescola di tamburi, fiati, archi, chitarre, mandolini, fisarmonica ed altri suoni dal sapore post-folk. Questo disco esce giusto ad un anno dall’uscita di Al-Kemi split 1, in versione Re-Packaging con un nuovo brano “due” ed una collaborazione con Marcello Colasurdo, voce ed anima della cultura partenopea. Questo è un disco a tratti intimo e delicato ed a tratti avvolgente e maestoso percorre i temi del rapporto a due cercando di afferrare le grandi emozioni che si vivono senza voce.

 


regia: Bastian Contrario
produzione: Bastian Contrario / Gianni Maroccolo

 

Il seme
E’ difficile capire quando il seme nella terra germogli, così è stato per il nostro disco “Due il contrario di uno”.
Sicuramente il seme è caduto nella terra della nostra mente molto prima, probabilmente il giorno in cui, vedendo che le cose intorno non andavano un granchè, abbiamo comprato due biglietti inter-rail e la mattina seguente eravamo in viaggio, direzione: Capo Nord!
Man mano che ci siamo allontanati, città dopo città, abbiamo lasciato qualcosa alle spalle e ci siamo avvicinati a qualcosa dentro di noi: nei grandi viaggi la strada che scorre fuori muove qualcosa dentro, bisogna saper ascoltare. Tutti quei posti hanno avuto il dono di sciogliere alcuni “nodi” che ci portavamo dentro e già sulla via del ritorno le cose non le vedevamo più con gli stessi occhi. Tornati a casa abbiamo deciso di cambiare rotta e seguire quel filo di vento nuovo che avevamo appena respirato.

La terra
Prima di coltivare bisogna preparare la terra, sgombrarla da ciò che non serve, per cui abbiamo tagliato i ponti con il precedente progetto musicale, con l’idea di creare una nuova storia, anche se in quell’idea avevamo investito tanto tempo ed affetto. In quei giorni la colonna sonora era di Battiato: “Sai dire addio ai giorni felici?”.
Una volta fatto spazio bisognava avere un luogo dove realizzare le nostre idee, quindi il passo successivo è stato quello di realizzare il nostro studio di registrazione, il nostro “ventre materno” che è sempre stato il nostro sogno, come quello di molti musicisti. Ci siamo improvvisati fabbri, elettricisti, falegnami, imbianchini; insomma per ogni cosa che c’era da fare ci siamo rimboccati le maniche e l’abbiamo fatta. Non è stato facile, ci sono stati alcuni mesi in cui lavoravamo tutto il giorno e la sera si suonava, periodo intenso, ma stancante. Alcuni momenti ci siamo anche chiesti se fosse il caso di affrontare la cosa in questo modo, soprattutto quando con trapano o flex abbiamo rischiato di tagliarci le dita! Con il senno di poi abbiamo capito che tutto aveva un senso: attraverso il lavoro fisico abbiamo creato anche uno spazio mentale.
“La libertà è tanto più grande e profonda quanto più strettamente sarà limitato il campo d’azione”, questa frase di Igor Stravinsky, che apparentemente sembra un controsenso, ci ha illuminato ed abbiamo deciso di metterla in pratica, nella stesura del disco, le nostre limitazioni sarebbero state: fare un disco solo in due e senza batteria. Forse è stata una conseguenza delle situazioni musicali che avevamo vissuto precedentemente, ma il fatto resta che dopo queste scelte “limitanti” la nostra creatività si è amplificata a dismisura. Sicuramente non utilizzare la batteria, ci ha messo davanti all’esigenza di creare supporti ritmici diversi, di trovare sonorità alternative, il risultato lo si sente nelle 9 tracce che compongono il disco.
Man Mano che i brani prendevano forma ci rendevamo conto che le orchestrazioni che facevamo, a tratti maestose ed a tratti intime e delicate e che definivano il nostro linguaggio, ci avrebbero portato di fronte all’interrogativo: “Come suoneremo questi brani dal vivo? Come suoneremo tutte queste parti?”. Poi siamo riusciti, grazie all’ausilio della tecnologia, a fare in due tutto quello che abbiamo fatto sul disco ed anche qualcosina in più, per questo amiamo definirci una two-man-band.

La graniglia sullo stelo
Da queste premesse è proseguito il nostro viaggio fatto di ricerca, silenzio, scontri e confronti. Molti sono stati i compagni di viaggio: Alda Merini, Mercury Rev, Eugenio Montale, Sigur Ros, Gibran, Nick Cave, Erry de Luca e naturalmente CSI, compagni che hanno atteso silenti in due righe di scritto così come che in una canzone, che quando è servito hanno consigliato, hanno consolato, hanno aiutato a capire.
Abbiamo smanettato a lungo con gli strumenti che avevamo disposizione prima di trovare un suono che ci interessasse. La nostra filosofia di registrazione per questo disco la si può definire “punk”, ovvero non lo strumento più bello o il migliore che si poteva trovare sul mercato era importante, ma ottenere il massimo di espressività da quelli che avevamo… a costo di attaccarlo ad un’aspirapolvere! Infatti una volta volevamo un suono di fisarmonica più lungo e regolare, come una sorta di organo, ma purtroppo il mantice ha le sue limitazioni e quindi serviva un’idea per aggirare il problema. La fisarmonica fu smontata ed attaccata, tramite un tubo, ad una aspirapolvere, così finalmente le note potevano essere lunghe quanto volevamo! Era divertente vedere questo “meta-strumento”, ma ciò che contava per noi era il risultato, infatti quel suono lo abbiamo utilizzato più volte, ed era proprio quello che cercavamo.
Intanto il viaggio si è complicato nella lettura di quello che si muoveva dentro, nuovi eventi nella nostra vita ci hanno messo in acque che solo grazie ai nostri silenti compagni di viaggio, siamo riusciti a decifrare e a trasformare. Questo disco ha accompagnato un tratto di strada della nostra vita, ed i brani risentono proprio di quei momenti che più di altri ci hanno colpito, momenti che aldilà del bene e del male sono passati. Infatti la scrittura di questo disco noi la definiamo “sincera” nel senso etimologico: (miele) senza cera; anche de Andrè ha scritto in una sua canzone “mastica e sputa, da una parte il miele, dall’altra la cera”, per noi è come a dire: vivi e dividi il bene dal male, trasformando entrambi in cose utili. Il nostro mezzo è stata la musica ed una scrittura “sincera”.
Durante la realizzazione del disco ci sono stati giorni in cui non sapevamo che tempo facesse fuori, che ora fosse, vivevamo in una specie di bolla sospesa a mezz’aria. Crediamo sia stata la condizione ideale che ha permesso ai nostri semi di germogliare, anche se non sapevamo cosa sarebbe successo una volta finito questo periodo. In quale modo avremmo portato all’esterno della nostra bolla ciò che stavamo facendo? A chi lo avremmo fatto sentire?

La mietitura
La prima persona a cui abbiamo pensato è stata Gianni Maroccolo e al primo tentativo è andata bene. Siamo cresciuti, come molti altri ragazzi in Italia, col mito di questo grande bassista-produttore che ha lavorato con i Grandi Artisti della musica italiana, che ha saputo fare tendenza. Sapevamo che non sarebbe stato facile, che l’obiettivo era in alto, ma sentivamo questa scelta come un’esigenza, anche se da molti punti di vista un sogno, ma ci abbiamo creduto e ci siamo riusciti . Come accade negli stereotipi più comuni, dopo un appostamento ad un concerto riuscimmo ad avvicinarlo e già questa fu una bella emozione, dopo qualche chiacchiera gli lasciammo un nostro demo e quella sera dormimmo perfino in auto.
Dopo un paio di giorni Marok ci contattò via mail incoraggiandoci ad andare avanti e se lo avessimo voluto ci avrebbe anche appoggiato. Cosa si poteva desiderare di più? Fu Magnifico!
Dopo una serie di scambi di email e files vari arrivò il momento di chiuderci in studio con Maroccolo. Così siamo stati all’Angelo studio di Garlasco e ci siamo ritrovati con Moka, fedele compagno di Maroccolo, per terminare e missare il disco: quelli sono stati giorni intensi. L’Angelo studio è di per sé una struttura molto accogliente che ha al suo interno anche delle stanze per dormire, una piscina un bel salone ampio, una cucina, ma il vero valore aggiunto è senz’altro Silvana, una signora molto simpatica che veniva a cucinare ( magnificamente! ) e ci dava la sensazione di essere a casa. Per due settimane siamo rimasti all’interno dello studio senza uscirne mai, non abbiamo fatto altro che stare concentrati sul disco. Lavorare in studio con Gianni Maroccolo è una delle esperienze che più ci ha toccato, una personalità come la sua, in studio si fa sentire! Spesso ci sono stati anche confronti duri, dovuti proprio alla materia di cui si trattava: musica, emozioni, visioni. Uno dei ricordi più vivi è quando stavamo missando “Parlando canta” che in origine prevedeva molte più tracce (chitarre acustiche, chitarre elettriche, suonettini vari ecc.), Gianni durante il mix disse: “Così non va bene…”. Si creò immediatamente una sorta di tensione nell’aria. Iniziò ad eliminare praticamente quasi tutto, fu per noi come vedere smembrata davanti agli occhi una persona cara, ma lui continuò sicuro e noi prendemmo una pausa facendo un giro fuori dallo studio. Quando finì entrammo in studio e lui disse: “Ecco, questa è come dovrebbe essere!”. Rimanemmo a bocca aperta! Ascoltammo quella che poi è diventata la versione definitiva del pezzo. Era diventata scevra da suppellettili, essenziale, era venuta fuori tutta l’intimità e la natura poetica del brano, fu una lezione che difficilmente scorderemo.
Un’altro momento che ci è rimasto impresso è stata la sessione di registrazione con Marcello Colasurdo voce ed anima della cultura popolare meridionale. Quando ci siamo incontrati la prima volta ci ha accolti in maniera molto familiare, come fosse stato un parente che non vedevamo da un po’. Poi ha iniziato a raccontare spontaneamente di cultura popolare partendo da migliaia di anni prima di Cristo fino ad arrivare ad oggi con un filo di immediatezza e realtà a cui da’ il nome di “tradizone”. Durante il suo racconto la sua vitalità traboccava dalla sedia, il volto s’illuminava di altro tempo come se parlando cantava. E’ stato in quel momento che ci ha riportati alla nostra terra all’ombra del vesuvio, ci ha riportato a casa.
Eppure i grandi viaggiatori dicono che il viaggio non termina mai, neanche quando si torna a casa, anche per noi crediamo sia così:

“ E chi l’ha detto che non si può
anche restando distesi su un divano
e chi l’ha detto che non si può
se chiudo gli occhi arrivo fino a capo nord… “

Bastian Contrario

 

UP